I tempi della scienza

 

L’espressione pensierosa di Ignác Semmelweis, il medico che per primo comprese l’importanza vitale di lavarsi le mani, è un invito alla riflessione su ciò a cui si assiste quotidianamente.

La comunità scientifica è divisa al proprio interno e gli attacchi personali si sostituiscono all’argomentazione serena e rigorosa delle proprie tesi. Le zuffe televisive, di fronte ad un nemico inafferrabile nel suo trasformismo rapidissimo, danno solo l’impressione di un cattivo uso del tempo che potrebbe essere impiegato in modo decisamente più costruttivo.

Forse Semmelweis, nella sua lungimiranza (che, come solitamente accade, pagò a carissimo prezzo: fu espulso dalla comunità scientifica e finì i suoi giorni in manicomio), per risalire alle ragioni di questo fenomeno antropologico osserverebbe oggi al microscopio non tanto le mutazioni del virus, rapidissime, quanto le dinamiche proprie del pensiero umano, tarde invece ad evolversi.

Si avvarrebbe probabilmente non tanto della psicologia, quanto delle neuroscienze per far luce sulle radici del conflitto da sempre esistente fra l’apertura al nuovo e la fedeltà a schemi concettuali che in passato hanno dimostrato la loro validità. Troverebbe senz’altro materia di studio proprio nei meandri del cervello umano: «[i]n effetti, potremmo affermare che la regola dei concetti acquisiti - una sintesi di molte esperienze – è di essere continuamente modificati. Come il concetto cerebrale ereditario è indispensabile per generare l’esperienza, così l’esperienza è indispensabile per generare il concetto acquisito» (S. Zeki, Splendori e miserie del cervello, Edizione speciale per il mensile «Le Scienze» pubblicata su licenza di Codice edizioni, 2011, p. 45).

Penso che nel principio ereditario (secondo Zeki costituisce il principio organizzativo) non sia del tutto improprio ravvisare il concetto di 'oggettività' della scienza mentre nel principio acquisito (che si alimenta della sintesi di molte esperienze) si possa scorgere la visione propria delle nuove ipotesi.

Non vi è frattura, a ben vedere, e pertanto nemmeno ragioni autentiche di dissidio. Quindi, in altre parole, prima le parti recuperano la reciprocità che è loro propria invece di consumarsi in una lotta tanto dannosa quanto vana, prima le distanze di tempo fra risultati della ricerca scientifica e velocità di mutazione del virus si accorciano.

La foto compare sul sito www.filantropikum.com.

Alle radici dell'immobilismo

 

«[...]l’Ara Pacis, voluta da Augusto al ritorno dalle campagne di Spagna e di Gallia, era stata eretta fuori città, nel Campo Marzio, il campo di Marte. La pace sorge nel territorio della guerra. Il succo di questo excursus nella pace è presto detto: è più realistico considerare la guerra più normale della pace. Non solo la parola 'pace' si traduce troppo rapidamente come’sicurezza’, e una sicurezza acquistata al prezzo delle libertà civili. Anche qualcosa che de Tocqueville definisce magistralmente ’un nuovo tipo di servitù’, in cui ”un potere immenso e tutelare ... copre la superficie [della società] con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore”».

J. Hillman, Un terribile amore per la guerra, Milano, Adelphi Edizioni, 2005, pp. 50 - 51

Alexis de Tocqueville (Parigi, 29 luglio 1805 - Cannes, 16 aprile 1859).

Intuizioni

 

Fede nell'autorità, timore dei fantasmi e paura dei bacilli (5 gennaio 1911)

«In particolare, bisogna prestare attenzione a che cosa rappresenta l’autorità in una determinata epoca. Se non si ha una visione spirituale, si possono commettere errori grossolani. Questo vale soprattutto in un settore della civiltà, quello della medicina materialistica, dove si vede quanto sia determinante ciò che è nelle mani dell’autorità e che pone sempre più richieste, perché vuole arrivare a qualche cosa che è molto, molto più spaventoso di qualsiasi autorità tirannica del Medioevo tanto deprecato. Oggi [1911] siamo già in questa situazione che si rafforzerà sempre di più. Quando la gente si prende gioco delle superstizioni medievali sui fantasmi, si potrebbe obiettare: perché, è cambiato qualcosa da questo punto di vista? È scomparsa la paura dei fantasmi? Le persone oggi non li temono forse molto più di prima? È molto più orribile di quanto si pensi quel che accade nell’animo umano, quando calcola che nel palmo della mano vi sono 60.000 germi. In America , hanno stabilito quanti ve ne sono in un solo pelo nella barba di un uomo. Si dovrebbe dire perciò: i fantasmi medioevali erano perlomeno di tutto rispetto, ma gli odierni fantasmi dei batteri sono troppo minuscoli, indecorosi, per giustificare una paura che peraltro è solo agli albori e che porterà le persone, soprattutto nel campo della salute, a una fede assoluta e spaventosa nell’autorità».

Rudolf Steiner, Epidemie (testi scelti) Milano: Editrice Antroposofica 2020, p. 14

La lettura sul concetto di ‘autorità’ propugnato da Thomas Hobbes (Westport, Wiltshire, 1588 – Derbyshire, Regno Unito, 1679) risulta paradossalmente ben più rassicurante. Notevole l’idea contemporanea di salute:

«Chi ha il potere, infatti, non provvede alla salute dei cittadini altrimenti che per mezzo di leggi, che sono universali; perciò ha compiuto il suo dovere se si è sforzato in ogni modo di fare sì che, per mezzo di provvedimenti salutari, si trovi bene il maggior numero di cittadini, e quanto più a lungo possibile, e che a nessuno capiti del male, se non per sua colpa, o per circostanze cui era impossibile provvedere. […] Per salute non si deve intendere soltanto la conservazione della vita, a qualsiasi condizione; ma una vita per quanto possibile felice. Infatti gli uomini si sono riuniti spontaneamente negli Stati istitutivi al fine di poter vivere tanto piacevolmente, quanto lo ammette la condizione umana. Perciò coloro che hanno assunto su di sé l’amministrazione del potere supremo in questo genere di Stato agirebbero contro la legge di natura (perché contro la fiducia di coloro che hanno affidato loro l’amministrazione del potere), se non si sforzassero, per quanto si può fare con le leggi, di procurare in abbondanza ai cittadini tutti i beni necessari non solo alla vita, ma anche al diletto».

Thomas Hobbes, De Cive, XIII (I doveri di coloro che amministrano il potere supremo), 3 -4

Rudolf Steiner (Kraljevic, 27 febbraio 1861 – Dornach, 30 marzo 1925).

Pensiero creativo e società

 

Nel pensiero di Arnold J. Toynbee (Londra, 1889 – York, 1975), incentrato sul binomio sfide – risposte, la formazione delle civiltà è in relazione alla capacità di rispondere alle rinnovate sfide del tempo da parte dei valori di cui esse sono portatrici. ll ruolo delle minoranze creative, nel delinearsi della civiltà, è vitale: il pensiero divergente, non partecipe delle dinamiche psicologiche che hanno condotto alle situazioni critiche, si rivela capace di individuare soluzioni inedite, in grado di permettere l’uscita dalla palude (proprio allo sfruttamento delle paludi, in senso letterale, fa riferimento Toynbee).

La creatività è sostanzialmente necessaria ma parrebbe risultare inefficace nel dirimere la feroce complessità contemporanea. Credo che, ancora ai tempi di Toynbee, il creativo (neologismo non sempre felice: J.S.Bach, ad esempio, nonostante la mole ed il livello della sua opera, mai si sarebbe definito creativo) fosse dotato di strumenti del mestiere consistenti mentre oggi lo stesso termine è sinonimo o di bohemien, intuitivo scarsamente strutturato (… nonostante persino Baudelaire sostenesse che l’ispirazione è il portato di un lavoro ben fatto) o di imprenditore digitale nell’ambito dell’intrattenimento i cui strumenti del mestiere corrispondono soprattutto a solide basi di marketing. Il frutto del pensiero, in questo caso, costituisce circa l’1% del prodotto finito. Tutto il resto (ovvero il 99%) riguarda le azioni più efficaci per collocare il prodotto sul mercato. Se il 99% è stato curato efficacemente, il valore dell’1% non risulta così influente. L’idea, però, non è un prodotto.

I processi della creatività autentica seguono percorsi naturali (al pari di quelli che regolano gli equilibri della biodiversità), non sempre lineari: la tensione che attraversa il creativo autentico ha origine dalla necessità di inventare canoni adeguati alla traduzione di concetti ancora indefiniti ma già presenti, canoni sì nuovi ma al contempo coscienti della continuità invisibile con il passato. Affinché ciò possa realizzarsi, nonostante le dinamiche imposte da un mondo caotico, è necessario recuperare i tempi ampi e intensi che la riflessione e il conseguente forgiare gli strumenti della professione richiedono. I veri creativi vanno in avanscoperta e la società, per la propria salvaguardia, ha il compito di tutelarli, semplicemente imparando di nuovo a distinguere fra cultura viva e prodotti di intrattenimento.

Arnold Joseph Toynbee (Londra, 14 aprile 1889 – York, 22 ottobre 1975).