I semi del futuro

 

Nonostante le 'false apparenze', Brahms era un innovatore. Anche Spinoza lo era. Appartengono ad aree diverse ma hanno un elemento capace di accomunarli: l'intento orientato al futuro nascosto sotto le vesti della (miglior) tradizione. Il lessico impiegato da Spinoza era tutt'altro che 'innovativo'. I contenuti, al contrario, sapevano essere addirittura dirompenti. Da bravo artigiano Baruch Spinoza recupera il lessico del passato per ricostruirne però il significato 'dall'interno', su basi totalmente nuove, fino a condurre a conclusioni capaci di scardinare le fondamenta sulle quali il 'vecchio' lessico riposava indisturbato da secoli: «la mia intenzione non è quella di spiegare il significato delle parole, ma la natura delle cose, e di indicarle con quei termini il cui significato abituale non è del tutto lontano dal significato che io voglio attribuire ad esse» (E, III, def. 20, expl). Il linguaggio ha il compito di favorire la comprensione, specie se di strutture concettuali del tutto nuove.

Johannes Brahms (non è contemporaneo di Spinoza: è il modus operandi che, in qualche modo, permette la comparazione) costruisce melodie fluidissime e trascinanti (l'incipit del primo movimento della IV Sinfonia Op. 98, ad esempio) capaci di distruggere, nell'essenza, i rapporti di forza su cui si basa l'equilibrio della tonalità. Queste dinamiche ricordano per alcuni aspetti la Rivoluzione Inglese: si volta decisamente pagina, senza eccessivi 'spargimenti di sangue'.

Forse è anche un fatto di economia e di 'sostenibilità': quei concetti filosofici, quelle forme musicali contenevano ancora potenzialità inespresse capaci di permettere il passaggio ad una fase successiva del pensiero umano. Il pensiero, per essere comunicato, necessita del linguaggio. Solo quando i contenuti non trovano corrispondenza nel lessico precedente è giustificata l'invenzione di nuovi strumenti linguistici adeguati al compito. Si rischia, altrimenti, un'inflazione di nuovi linguaggi alla quale si chiede, erroneamente, di supplire alla carenza di contenuti (risulta chiaro che una ricerca esasperata incentrata prevalentemente sul linguaggio, dimentica di tutto il resto, non può che incidere negativamente sul volume dei contenuti).

La musica del nostro tempo sembra essere intrappolata in una stasi da cui parrebbe difficile liberarsi. Sotto questa luce, tale stasi non appare incomprensibile nei suoi motivi.

La cupola di Santa Maria del fiore rappresentava per i Fiorentini del tempo un problema pressoché insolubile ma il Brunelleschi non si diede per vinto e trovò la soluzione che pare debba molto alle sue riflessioni sulla cultura architettonica dei Romani. La soluzione che inventò fu molto più che innovativa. Forse si tratta di trovare, nel passato, ciò che (ancora) serba in sé i semi del futuro.

Lo sosteneva già Giuseppe Verdi quando indicava nel ritorno al passato la via del vero progresso.

La cupola del Brunelleschi (www.duomo.firenze.it).

Paganini non (si) ripete

 

Un grande virtuoso dell'Ottocento, Franz Liszt, riflette sulla morte di un altro virtuoso, il più grande, Niccolò Paganini. Nessuna parola di circostanza, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare: di Paganini, data per acquista l'abilità insuperabile, si evidenziano soprattutto le ombre. Esse non riguardano tanto le manchevolezze personali dell'illustre Genovese quanto piuttosto il suo assetto 'egoistico' verso lo scopo più autentico dell'arte. La riflessione di Liszt conserva inalterata la sua validità:

"Considerare l'arte non come un rapido mezzo per arrivare a godimenti egoistici, a una sterile celebrità ma come una forza empatica che avvicina e unisce gli uomini; elevare la propria vita a quest'alta dignità il cui ideale è il talento, far capire agli artisti ciò che potrebbero e dovrebbero essere; dominare l'opinione pubblica attraverso l'ascendente di una nobile vita; risvegliare e rendere duraturo negli animi l'entusiasmo del bello, così vicino alla passione del bene: questo è il compito che dovrà imporsi l'artista forte abbastanza per aspirare all'eredità di Paganini. Questo compito è difficile, ma non è affatto impossibile. Vie ampie sono oggi aperte a tutte le ambizioni; una comprensione empatica è assicurata a ogni uomo capace di porre la sua arte al servizio d'una convinzione o d'un sentimento. Tutti presentono nuovi destini per la società. Senza sopravvalutare l'importanza dell'artista nelle trasformazioni sociali, senza proclamare in termini pomposi, come forse troppo si è fatto, la sua missione e il suo apostolato, noi crediamo che anche l'artista abbia il suo posto segnato nei decreti provvidenziali, e che gli sia dato di contribuire - per parte sua - a un'opera duratura e moralizzatrice" (Ferenc Liszt, 'Paganini. A proposito della sua morte' in 'Un continuo progresso. Scritti sulla musica', Milano: Ricordi, 1988, p.273).

Forse nessuno aspira oggi a superare Paganini ... il recupero del bello e della moralità assume però di questi tempi una valenza, a dir poco, di portata rivoluzionaria.

Niccolò Paganini (immagine tratta da www.lafavolablu.it).

Il rimedio per l'insonnia

 

"La musica classica è così rilassante ..." 

Chi commissionò le Variazioni a Johan Sebastian Bach doveva esserne convinto. Bach, ad ogni buon conto, trasformò il compito soporifero in una sfida:

"La presenza dell'Aria così rafforzata dopo tutto un percorso strutturato in modo da aumentare le potenzialità iniziali, suggella questa vittoria sulla materia e sul tempo.

La struttura delle 'Goldberg' costituisce quindi una realizzazione dell'idea di Eternità.

L'intuizione di Glenn Gould citata all'inizio racchiude al suo interno una complessità di eventi notevole ...

Ma qual'è il segreto al quale si riferiva Kircher?".

Maria Luisa Suprani, Il segreto di Kircher rivelato dalle Variazioni Goldberg' ("Strumenti e Musica", novembre 2000).

La ricetta

 

Ho riflettuto in diverse occasioni sui destini della musica nella società contemporanea. Tale riflessione, data la crisi in atto, deve diventare responsabile, ovvero produttiva.

Il titolo ‘la ricetta’ non vuole essere pretenzioso e risolutivo, bensì desidera caldeggiare un salutare ritorno alle origini.

L’episodio celeberrimo del calcio del Camerlengo dell’Arcivescovo di Colloredo che centrò il posteriore di Wolfgang Amadeus Mozart costituirà il fulcro di quest’ultima riflessione sul tema. Quell’evento tragicomico, nella storia, decretò la fine della schiavitù della musica e dei musicisti, che si videro promossi da servi ad artisti - absit iniuria verbis - con un calcio nel sedere! La libertà è una conquista laboriosa che, con il passare del tempo, finisce inevitabilmente con l’essere data per scontata. La libertà, paradossalmente, nasce dai vincoli e dalla loro rielaborazione. Senza vincoli con cui rapportarsi, essa rischia di perdere il senso del confine (e, con esso, ogni riferimento) e di divenire dispersione improduttiva.

Il vincolo riporta ad un concetto filosofico, il limite, e sarà quindi un filosofo a venire in soccorso alla riflessione: Aristotele considerava la musica (insieme alla poesia, l’architettura, la danza e la retorica), fra le scienze poietiche o produttive che avevano lo scopo di produrre opere o manipolare oggetti. Joseph Haydn, considerato il padre della sinfonia e del quartetto d’archi, fu maestro di cappella presso una famiglia aristocratica. Ci si rivolgeva a lui, come al cuoco, con richieste precise (ricordo la lezione del mio Maestro su questo dettaglio e, non lo nascondo, mi parve, allora, una situazione avvilente). Stava al musicista, poi, interpretare l’ordine ricevuto (il limite) per infondergli vita con il suo pensiero supportato dagli strumenti del mestiere, affilati – sul piano intellettuale - al pari di quelli dell’artigiano. Prima del celebre calcio, il musicista, al pari del cuoco, doveva produrre qualcosa, ovvero doveva essere in grado di fornire una risposta (possibilmente eccellente) ad un’esigenza del committente. Tale vincolo, fastidioso quando non addirittura umiliante, fungeva da potente stimolo alla creatività.

Pertanto non sarà irriverente ma bensì salutare dare un calcio alla musica (e non ai musicisti) per riportarla in cucina, là insieme alle altre attività produttive.

Irriverente? No, soluzione veritiera, basica. L’ascolto della musica si avvale dell’udito, così come l’assaporare un piatto si avvale del gusto e, perché no, dell’olfatto. Se qualcuno ancora rimane scandalizzato dal paragone, può trovare conforto fra le braccia di un filosofo (recente, questa volta), Theodor W. Adorno, il quale asseriva che la fruizione della musica era divenuta di matrice culinaria, deplorando tale deriva. Credo che proprio dalla fruizione culinaria (intesa in modo costruttivo) si debba ripartire per ridare linfa alla creatività musicale dopo la crisi.

Siamo invasi dalla musica, ovunque: dal supermercato alle cuffie che ci separano dalle bruttezze del mondo esterno. Si ascolta di continuo, senza il rispetto dei tempi rituali (un tempo si gustava l’aspettativa di recarsi ad un concerto sia di musica classica, sia pop. Il concerto aveva, almeno allora, tutte le caratteristiche di un rituale collettivo). Si mangia di continuo: la distribuzione dei pasti, capaci di dare un ritmo alla giornata, è divenuta un optional (basti pensare all’America e allo sconsiderato uso del cibo spazzatura, dannosissimo al pari della musica spazzatura: il gusto e la salute ne escono annientati).

Oggi la scelta del cibo è imposta in larga parte dalla pubblicità martellante. Gli stessi fenomeni compaiono in ambito musicale: si costruisce il ‘prodotto’ studiando anticipatamente le preferenze (al solo fine di agganciare la 'domanda') per poi passare ad una massiccia campagna di marketing volta a promuovere l’artista, magari un rapper i cui testi (per sorvolare sulla sua immagine a dir poco inquietante) incitano, non troppo sottilmente, alla violenza. Sentirlo in tutte le salse, dal programma domenicale alla colonna sonora del supermercato, ce lo fa alla fine diventare normale.

La confusione dilaga, i riferimenti sono saltati: si ascolta allo stesso modo l’Arte della Fuga di Bach, l’ultimo vincitore di San Remo, il fenomeno sconosciuto fino a poco fa che ha riscosso miliardi di visualizzazioni su Youtube. Si mangia ciò che capita, magari passando dall’osteria pluristellata alla catena di fast food sotto casa o, a scelta, al cinese o all’immancabile pranzo domenicale di mammà. Esiste poi la categoria dei salutisti, che, attraverso il controllo maniacale dell’alimentazione hanno l’illusione di controllare l’imprevisto e di allontanare, almeno dal proprio interno, le brutture da cui sono circondati e da cui non vogliono essere contaminati. In genere essi preferiscono il silenzio della meditazione alla musica 'tappabuchi'.

Rifacciamoci quindi alla cucina e procediamo in modo semplice e conciso, così da ricavarne indicazioni (senza offesa) utili anche per la musica. Le categorie filosofiche 'spazio' e 'tempo' su cui è strutturata la mente umana non risparmiano nemmeno il cibo. Mentre un tempo vi erano distinzioni nette (cucina tradizionale locale, pressoché immutabile nei secoli, capace di coniugare esigenze di salute e di economia, e cucina internazionale per i palati più sofisticati) oggi il passato (appunto, i piatti regionali), il futuro (la cucina molecolare, i cibi funzionali, integrati con sostanze mirate a rafforzare artificialmente il connubio medicina – alimentazione), il vicino (ancora i piatti regionali), il lontano (le cucine tradizionali di Paesi altri dal proprio) convergono in cucina in virtù dell’annullamento proprio delle categorie 'spazio' e  'tempo' prodotto dagli sviluppi della comunicazione.

Nell’esperienza attuale lo spazio e il tempo non esistono più o, almeno, appaiono drasticamente trasformati: è possibile collegarsi in video chiamata con un interlocutore che risiede all’altro capo del mondo. Il tempo, ad esempio, necessario alla ricezione di una lettera inviata dal Giappone non è più necessario. Avviene tutto e subito. L’attesa, la maturazione sono state abolite dalle abitudini e, conseguentemente, dal vissuto. Ciò, che sembra una riflessione ovvia, non lo è per la nostra struttura mentale e fisica, abituata da millenni a tempi e spazi percepiti in relazione alle possibilità di una loro gestione a misura d’uomo. Il cervello, quello più antico, esce danneggiato da questo sorpasso tecnologico. Gli sviluppi della tecnologia hanno subito un’accelerazione durante il Secolo breve. La velocità di tali sviluppi ha superato di molto le capacità di assimilazione dell’essere umano, il quale si è trovato a gestire dispositivi troppo distanti dalle proprie capacità interiori. Ciò ha portato a squilibri e dipendenze. Anche nell’ambito dell’alimentazione si sono sviluppate dipendenze (e squilibri) in maniera esponenziale.

Torniamo all’analisi della crisi e delle sue istanze al fine di concludere il discorso. In Italia baristi e ristoratori stanno vivendo sofferenze gravissime. Alcuni di essi, però, hanno registrato un incremento degli affari. Perché? Hanno sviluppato la loro identità (il brand) e hanno individuato i punti del loro brand capaci di dare risposta ad un’esigenza vera, sentita, autentica, non indirizzata (al di fuori del marketing, per intenderci). Il successo è sempre nell’incontro fra 'domanda' e 'offerta'. Il successo vero (e duraturo) risiede però solamente nell’autenticità dell’incontro.

L’eterno ‘conosci te stesso’ rivela anche qui tutta la propria validità. Il musicista può quindi interrogarsi sulla sua vocazione e sul significato che questa può assumere agli occhi degli altri. Sono un musicista classico ma sono interessato ad altri linguaggi? Benissimo, niente di dirompente: anche Debussy lo era! Basta spiegare le proprie motivazioni, comunicarlo in modo efficace, abbracciare l’interdisciplinarità e trovare quindi collegamenti capaci di chiarire a se stessi e agli altri le proprie coordinate culturali in modo esplicito, dando spazio alle motivazioni al fine di creare la propria rete, dettata da motivi di reale condivisione dei contenuti e non da motivi di mera sopravvivenza economica.

Si continuerà ad alimentarsi e si continuerà ad ascoltare musica.

Qual è la propria proposta? Si teme forse che possa diventare obsoleta, 'fuori moda' (il riferimento è ancora alla musica classica)? I classici, per definizione, si sono dimostrati capaci di sfidare il tempo e non diverranno mai 'fuori moda'. Sarà necessario però riscoprirli (perché è la nostra sensibilità ad essere mutata) senza nascondersi all’ombra della loro fama imperitura, senza pretendere che le persone comprendano automaticamente, che si rivelino entusiaste. È necessario ricontestualizzare il messaggio, farne comprendere la portata innovativa, dirompente (i classici sono sempre innovativi). Altrimenti, senza contestualizzazione, si scivola nell’assuefazione, nel superfluo, nell'inutile. Quando il presente (negli anni Cinquanta, ad esempio, la mentalità collettiva non era così distante dai tempi di Chopin mentre oggi la società a cui apparteneva il Compositore polacco appartiene con tutti i crismi alla Storia) diventa passato è necessaria la riflessione propedeutica al recupero dei contenuti in chiave contemporanea per impedire che il passato scivoli, ingiustamente, nella categoria del ‘vecchio’. E la musica contemporanea colta, mai baciata dal successo? Il calcio ricevuto da Mozart ha slegato la musica dalla necessità di rispondere ad un’esigenza pratica e l’ha condotta infine sul terreno della ricerca speculativa. Perché lamentarsi oggi se gli ascoltatori non apprezzano adeguatamente la musica contemporanea, divenuta riserva di pochi intellettuali rinchiusi a doppia mandata in una torre d’avorio? I Compositori contemporanei 'ascoltano' forse il loro pubblico? Sussistono ancora i presupposti della comunicazione? No, il 'ponte' è saltato da un pezzo. Sono le naturali conseguenze, portate all’estremo, della strada imboccata. Durante il percorso è indiscutibile che si siano affacciate esperienze culturali notevolissime e fondamentali. Man mano, però, gli sviluppi del linguaggio si sono allontanati dalla sensibilità collettiva per astrarsi nella speculazione.

Ciò non toglie che ora il percorso è tornato al capolinea, essendo del tutto esaurita la 'domanda' (il bisogno autentico dell’arte), sopraffatta da saturazione. E bisogna ripartire, come sempre, con la massima umiltà, interrogando se stessi, per comprendere le proprie motivazioni che conducono all’arte in modo da poter trovare in essi il seme della relazione, della comunicazione che porta ad abbreviare le distanze fra 'domanda' e 'offerta' senza la quale il messaggio (anche musicale) non può giungere a destinazione.

Il musicista troverà in sé le ragioni del suo procedere.

Non sarà inutile, quindi, né dissacratorio mantenere lo sguardo sulle tendenze spontanee che riguardano l’alimentazione, la cucina. La ristorazione, più a contatto con le esigenze immediate della società, saprà indicare con largo anticipo tendenze che si riveleranno poi culturali.

In fondo, tale conclusione non è così distante dal consiglio che il mio Maestro, Piero Rattalino, ricordava a noi allievi aspiranti concertisti: pretendeva che si leggesse il quotidiano per avere chiaro, al momento del concerto, su che cosa si concentrava la mente del nostro ascoltatore, su che cosa affollava i suoi pensieri, così da raggiungerlo mentalmente, sviluppando gli strumenti per ridestarne l’attenzione, per condurlo infine ad esplorare le prospettive che la musica da noi proposta poteva offrirgli.

Mi sembrava strano, anche se capivo essere vero. Capii che era vero, senza essere strano, quando, entrando sul palco, scorsi un ascoltatore che al mio ingresso ripose il quotidiano che stava leggendo nell’attesa.

Maria Luisa Suprani Querzoli

Mozartkugeln (immagine presente su www.magazine.misya.info).

Vissi d'arte

 

Il binomio arte - divertimento ha suscitato di recente una risposta indignata da parte di molti.

Pochi, invece, sembrano aver colto il messaggio inconsapevolmente veritiero sotteso a tale espressione infelice, capace di evidenziare la crisi (non solo economica) che affligge il panorama contemporaneo.

Le leggi inflessibili del mercato hanno equiparato l’arte allo spettacolo, spodestandola dall’essere espressione della cultura, cioè di un comune sentire.

Al termine cultura, nell’immaginario collettivo, corrisponde tutt’altro: percepita al pari di un concetto astratto, elitario o, assai peggio, impegnato (quindi noioso), la cultura viene sentita come totalmente slegata dalla vita sociale, quella vera, e relegata quindi al mondo del superfluo.

Risuonano remoti i tempi dove nella musica di Verdi confluivano le forze del Risorgimento. Altrettanto distanti quelli della Seconda Guerra Mondiale dove si sfidavano i bombardamenti per ascoltare Beethoven evocato dalla bacchetta magistrale di Wilhelm Furtwängler (bombardamenti di cui l'eco terrificante rimane impresso nelle rare registrazioni).

L’arte s’intesse con la vita, anche e soprattutto nei suoi risvolti e nei momenti più drammatici.

Il suo compito non è quello di alleviare momentaneamente lo squallore della sopravvivenza bensì di liberare la natura umana dai confini mortificanti che essa impone.

È una forma di riscatto fra le più alte.

L’arte autentica, quella cioè in grado di stimolare una risposta vitale, rientra, ora più che mai, fra i beni di prima necessità.

L'utilità delle rose

 

Proseguire il discorso sulla musica classica può sembrare inopportuno, se non addirittura inutile: le priorità che si impongono, in questo momento, sono chiaramente altre.

Penso che ne valga comunque la pena: l'arte anticipa ciò che si verificherà in seguito a livello sociale.

Lo stesso fenomeno ha luogo da tempo immemorabile anche in agricoltura: i cespugli di rose che presidiano i filari dei vigneti non rivestono una funzione estetica, come può sembrare a prima vista, bensì avvisano in tempo utile chi coltiva la vigna circa una prossima invasione di insetti.

Quando le rose vengono attaccate dagli afidi, il coltivatore si preoccupa di mettere in atto tutto ciò che può essere necessario per salvare le viti e, conseguentemente, il raccolto. Le rose, al pari dell'arte, sono sentinelle affidabili, non semplicemente orpelli.

Considerarle in modo così riduttivo denota la presenza diffusa di una mentalità miope, dominata dalla paura e, pertanto, incapace anche di garantire i presupposti morali della sopravvivenza stessa.

Spesso, quando i parassiti prosperano, il terreno in cui crescono le viti non è in grado di assicurare ad esse il nutrimento necessario. In altre parole, è impoverito.

Il tessuto sociale prospera, anche a livello economico, quando è ben nutrito.

La cultura, intesa come fucina di idee vive, ne costituisce l'alimento principale.

La foto è presente sul sito www.langhe.net ('Le rose in vigna: estetica o utilità?').